martedì 3 marzo 2015

Tag: "con Giovanni Drogo -presso Fortezza Bastiani"

Una lettera dai Tartari in persona
per il tenente Giovanni Drogo
gli schioda lo sguardo dall'orizzonte
lo fissa sulla carta piena d'inchiostro
Gli sembra di mangiare 
il presente dopo tanto futuro.

"Esistono i Tartari,
tenente Drogo, mio dolce 
amato tenente Giovanni,
che oscilli la tua fede sulle mura 
come una piuma attaccata a un cannone, 
per tirarla su mentre precipita dai muraglioni
ocra, mentre appiomba sulle valli
bianche, tra i roseti stecchiti dall'arsura
e incede con asini stanchi, sfilando
carovane inesistenti e armature luccicanti,
sgretolando d'attesa i picchi lontani e vicini, 
il grigio pietroso
macchiato di neve senza impronte.
Esistono i Tartari!, questo voglio dirti,
mio amato tenente, mio dolce Giovanni"

Si siede il tenente Drogo,
tenendosi la sua piuma di fede
accollata alla divisa. Crede l'uomo
finché ha un dubbio, 
la certezza non vale
una vita alla Fortezza Bastiani.

"Esistono i Tartari, mio amato tenente!
Sono un centinaio, sono bianchi, 
fatti di gesso, alti poco meno di un monte
basso. Stanno in fila, prigionieri del deserto.
Pietrificarono sporgendosi dai monti,
mentre come te fissavano l'orizzonte
aspettando macchie sull'informe distesa,
l'ingantì l'attesa, crebbero di statura.
Insensato è sperare che arrivino,
 hanno i piedi sprofondati 
nelle rocce, non avanzano.
Li conosco bene! 
Non verranno, Giovanni, non verranno
con aspre lance, con bandiere di paesi lontani,
con cavalli e pensieri. 
Attendono la tua attesa, è il tuo passo 
oltre l'ultimo muraglione della Fortezza 
la speranza di un loro passo"

Impugna il cannocchiale il tenente Drogo,
i Tartari sono monti tra i monti,
una catena immobile con un centinaio di bocche, 
rigidissimi occhi sbarrati, le mani lungo i fianchi,
tutti impettiti, veri soldati
in attesa di un "marsch!".

"Esistono i Tartari e stanno sull'attenti,
Le sono fedeli, tenente Giovanni. 
Li comanda guardando la loro corazza
desertica. Lo so perché anch'io 
sono Tartara, mio amato tenente e lei, 
lei proprio sempre affacciato,
mi solletica il mignolo e l'alluce 
incappucciati nella pietra 
quando scruta la notte velata di nebbia.
Arriva, sempre arriva il suo sguardo,
e mi erode la corazza gessata
col suo scalpello di ciglia.
Ed io allungo allora
-finalmente!-
la punta dell'indice fuori dal gesso,
mi ferisce la ruvidezza del mio guscio calcareo,
e m'incanta vedere il mio sangue che cicatrizza -quanto tempo!-
Per liberare quest'unghia 
ci sono voluti 26 anni, dieci mesi e undici giorni.
Perciò io la amo, tenente Giovanni Drogo,
della Fortezza Bastiani: sta liberando il nemico
col suo scalpello di ciglia.
Non è operazione che riesca a tutti i soldati."

Piega la lettera, il nemico è dentro l'uniforme, adesso.
Si affaccia ancora il tenente Giovanni Drogo
della Fortezza Bastiani,
lega la piuma della sua divisa 
al cannone che non ha mai sparato
e con occhi stanchi guarda l'orizzonte.

"Perciò la amo,
Tenente Giovanni Drogo della Fortezza Bastiani."


4 commenti:

  1. Bello Alice il tuo scritto. Fortunato il tuo Drogo. Se mi è permesso immaginarmi la scena, se G. Drogo ti avesse conosciuto prima di pensare “Vivi come se tu dovessi morire subito. Pensa come se tu non dovessi morire mai”, avrebbe detto: “Noi siamo caduti e ci siamo rialzati parecchie volte. E se l'avversario irride alle nostre cadute, noi confidiamo nella nostra capacità di risollevarci. In altri tempi ci risollevammo per noi stessi, da qualche tempo ci siamo risollevati per te, donna, per salutarti in piedi nel momento del commiato da altri, per trasmetterti la staffetta prima che ci cada di mano, come ad altri cadde per il sopraggiungere del timore nel momento in cui si accingeva a trasmetterla.” Ma forse G. Drogo temeva il deserto, luogo senza parole, luogo di riflessione.

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  2. Ogni limite trova motivo in chi lo rispetta. Ma il rispetto del limite è in un bisogno che si ha paura di appagare. Attendere è strano. Lo può sapere solo chi ha esaltato l’attesa per qualcosa di importante. L’orizzonte è cangiante come le emozioni di chi dubbioso fa ballare l’animo tra gioia e sconforto. I piedi ballano ma poi strisciano indietro. Le mani si distendono e poi si ripiegano a sentirsi come per sapere se l’aria abbia portato qualcosa a loro. Gli occhi mulinano seguendo i pensieri. Il corpo si protende oltre il limite come a saggiare il terreno oltre. L’attesa è strana. Ha posti in piedi e posti a sedere. L’attesa è strana. Se ci pensi è mancanza ma riesce a ricoprire sempre più tempo. L’attesa è strana perché la realtà lascia spazio all’immaginazione. E lì tutto è perfetto. Sai Alice, la tua tartara non merita l’attesa. Però immagino Drogo a guardare l’orizzonte con la lettera nella tasca sopra il cuore. Lo vedo sereno non più preoccupato della venuta dei tartari, conscio che il non aver mai sparato sia stato un bene. Triste perché all’orizzonte si era pensato che avesse sparato. Contento perché quando due orizzonti si incontrano spesso nasce un arcobaleno. Preoccupato perché è stato difficile entrare nella fortezza. Ora deve uscirne? Sai Alice, il tuo racconto fa pensare e forse questo è il motivo per cui è stato scritto. Sarebbe bello sapere di un vero Drogo che leggendo abbia fatto un passo. Perché Pirandello avrebbe detto: però, mentre voi vi ritenete fermo, aggrappato con tutte e due le mani alla vostra tonaca santa, di qua, dalle maniche, vi scivola, vi scivola, vi sguscia come un serpe qualche cosa, di cui non v'accorgete. ….., la vita. Brava.

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    1. Leggendoti, mi viene in mente questo verso, che ben si adatta alle tue riflessioni e anche a G.Drogo e alla sua Tartara in attesa:

      "L’assenza prese l’aspetto d’orizzonte."

      — Wisława Szymborska

      Grazie come sempre, sono contenta che i miei post contribuiscano a ingenerare le tue riflessioni.

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  3. Lo zero si scrive da solo.
    Non sempre è così. Così non mi appaga. Lo zero si racconta in lettere perché ha bisogno di dettagli per vedere se sia convincente. E’ un definirsi in attesa di vedere se gli altri sono d’accordo e quindi sia vero. Ma quando si scrive, lo 0 diventa numero per cercare di prendere le sembianze di un dubbio. Perché ogni certezza non è tale se non lascia riflettere sui dubbi che l’hanno generata. La certezza si spiega, il dubbio si lascia.
    Drogo forse avrebbe scritto dopo aver ammirato l’orizzonte.
    Le mie parole avevano un solo senso. Nulla tornava indietro. Poi mi accorsi che non erano domande. Ma del resto non vi erano richieste. Mi inventai un nome e scappai da me stesso. Così trovai le mie domande e vi risposi. Ma le mie parole persero il suono. Ma la mia voce non fece danni. Diventai come un vuoto, uno zero, uno con cui nessuno si vuole sommare. Ma il mio problema non fu questo e che come zero non volevo tirare delle conclusioni, sapendo già il risultato.
    Grazie, Alice, per lo spunto molto interessante.

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