mercoledì 4 luglio 2018

Eppur non dovevi
e mi sei rimasto
sulle ciglia delle dita
sugli occhi dei polpastrelli
così sfiorandoti ti vedo
così sfiorandomi mi chiudi gli occhi 
e mi sei subito in sogno 
così sognandoti nascono nomadi 
e mi popolano carovane pigre
e vociami di cavalli e cammelli
strane popolazioni scure
ti portano in palmo 
parlando lingue gutturali 
dicono di te
dei tuoi regni lontani
e delle tue concubine
di te che mi sei rimasto
e non dovevi.
Sui polpastrelli degli occhi 
sulle dita delle ciglia
così guardandoti ti tocco
così guardandomi sei già l’assenza
tra uno sguardo e l’altro 
così cercandoti nascono personaggi 
d’inchiostro e carta
allucinazioni semoventi
che dicono del te e del non te
Che mi sei rimasto
e non dovevi
tra remi di sonno e di veglia
marinaio dei miei im-possibili 
in tempesta 
E tu possibilmente
rimani a lungo
tra i miei portici riparati
per sempre salva 
l’abbraccio di un’ombra:
è breve il sole.






sabato 23 giugno 2018

Una vecchia notte di grilli e di lune

Ci cerca la notte
tra gelsomini e covoni di fieno
per un lungo viale 
di alberi che impigliano il vento.
Tra cose buone ci cerca
la notte, ha una grossa otre
che a ognuno dispensa 
le impossibilità del giorno.
Tornano di notte a parlare i morti
qualche vecchia giuntura si olia.
Sinistre cigolano le porte
entra d’improvviso un suono
nelle orecchie d’un sordo.
Fa piano la notte,
in punta di piedi accende
qualche candelabro, 
scende scale vertiginose,
libera dalle gabbie le fiere,
riempie il letto dei fiumi rinsecchiti.
E scrive lettere la notte,
sigilla buste, mette nero su bianco 
febbricitanti rimpianti. Getta un manto
scuro sugli amanti distanti 
ed essi sanno d’improvviso
d’esser sotto una comune coperta
così circolano parole 
in quello spazio muto
s’arrampicano per i fili elettrici,
per le stazioni radio,
scorrono su rotaie stridenti 
e mai sbagliano interlocutore e destinario.
Tra cose buone ci cerca la notte
anima i busti bianchi delle statue
riporta in mare le conchiglie
a noi due disegna una strada
edifica un ponte 
toglie le alfa privative:
C’incontriamo e siam bambini.
Ti ho visto, mia impossibilità diurna,
ed era notte. Una vecchia notte 
di grilli e di lune.





martedì 8 maggio 2018

Rorschach

Rimarranno poche cose:
l’esoscheletro delle stagioni 
una tazzina vuota 
la circonferenza del mondo
non perfettamente tonda.
E rimarranno i fili del bucato 
le gabbie delle lanterne, 
i quattro punti cardinali dei crocefissi.
Forse le ombre degli spaventapasseri rimarranno
gli spazi bianchi tra le parole scritte
i crateri della luna.
E di noi due -almeno questo mi consola-
la distanza rimarrà, il vento 
tra i sonagli scossi dai baci
due lancette nere 
appese a una crosta di calce 
le nostre dita gialla e blu 
sopra un foglio.
Rimarrà il tonfo -sordo-
del tuo arrivederci.
Poche, poche cose rimarranno:
in calce lasceremo un negativo
e diranno che morendo
ci scattò una foto -mossa-
la nostra nostalgia.





giovedì 29 marzo 2018

Di te soprattutto mi ricordo il futuro

Di te soprattutto
mi ricordo il futuro, 
ad esempio al primo istante 
ho rammentato con esattezza di come 
centottanta giorni dopo all’incirca
si sarebbero scontrate
le labbra tue e le mie,
alle otto meno diciassette di mattina
davanti a una libreria chiusa.
E ciò sarebbe stato motivo 
di ritardo, invero modesto
ma sufficiente a
 ingenerare un cortocircuito temporale.
E ricordai precisamente
che un venditore ambulante
ci avrebbe sorpresi 
mentre molto sorpresi
gli compravamo il gambo di una rosa
senza la rosa.
E che, d’altra parte, non troppo ci sarebbe importato
di non aver schiuso il fiore
perché ciò che più di noi ci piace é l’attesa
e quindi ricordarci sempre 
con un po’ di dilazione,
rimandandoci gli incontri
e così le partenze 
le vidimatrici gli addii.
Così, girando il cucchiaino
in un caffè senza zucchero,
sconfinano in altre vite
i nostri ricordi:
mi ricordo benissimo, ad esempio,
che nella prossima vita
saremo insieme bambini
e faremo un gioco sciocco
nelle giornate invernali
quando sporgendoci ai due lati 
di un vetro appannato 
rideremo del bacio impresso sulla finestra
e dopo scapperemo arrossendo 
per aver fatto quella cosa 
che molto tempo prima
facevamo da grandi.

(Dei tuoi baci, lo sai,
soprattutto mi ricordo il prossimo)






sabato 24 febbraio 2018

La canzone dell’orso (ovvero anamnesi patologica remota)

L’orso suona l’arpa, seduto s’una sedia da regista.
Succede in un qualche mondo, s’una distesa di neve, vuota di alberi e monti.
Suona una melodia triste, cadenzata.
I medici lo guardano, si guardano.
Ha un culo grandissimo, deborda dalla sedia. Non si sa come non la sfondi con il suo grande peso: questo è il più grande mistero.
Il secondo è che ci sia una terra così ghiacciata e sconfinata, una terra in cui non cadono valanghe, non accadono onde, non infuriano piogge. Dove non capitano stagioni, iceberg, animali. Dove non risuona mai neanche una parola. E non vengono pesci, a mimare il silenzio con le loro grandi bocche rotonde sotto la coltre del ghiaccio.
È la terra dell’orso che non fame e suona l’arpa, con quelle sue unghie lunghissime, le zampe maldestre, i denti chiusi dentro la bocca. Chiuso in un pelo bruno, impenetrabile.
Il terzo mistero è come siano arrivati i medici nella terra dell’orso. O dove l’orso abbia preso l’arpa. O, ancor più, la sedia.
C’è una commistione strana di cose che non si appartengono.
Verrebbe da portare via qualcosa: forse lo sfondo, forse l’orso, forse le cose dell’orso, forse i medici.
Ma nessuno porta via niente.
La canzone dell’orso è la canzone di tutti gli orsi che suonano l’arpa nel mondo degli orsi. Ha un suono gutturale, come di un qualcosa che penetra la coltre del ghiaccio, che fa tremare la terra dell’orso, apre una piccola breccia tra le nevi.
Assomiglia a una strenna d’amore, a un sottile lamento, dell’amore e del lamento ha soprattutto la speranza, lo capisci da come muove sull’arpa le zampe, lasciando tentennare le corde qualche secondo di troppo, c’è sempre un secondo di troppo nel cuore della speranza, dell’amore e del lamento.
I secondi di troppo sono tanti quante le corde dell’arpa e, tutti insieme, nebulizzano un tempo sopra la testa dell’orso: è il tempo che può concedere perché s’impari la canzone dell’orso.
Un tempo lunghissimo per l’orso e le sue zampe maldestre. Un tempo brevissimo per i medici che li guardano, si guardano.
Cosa facciamo dell’orso?, si dicono in silenzio osservando il suo culo grandissimo, la sua mole imponente, il pelo bruno, le zanne aguzze.
C’è un attimo, tra l’inizio e la fine del secondo di troppo, in cui il suono rintocca, esce dall’arpa, dall’orso, s’invola sulla distesa bianca, rimbalza sui ghiacci senza alberi e senza monti, entra nelle bocche dei pesci assenti, infine rimbomba nella testa dei medici e lì si ferma. È un suono che nasce gutturale, diventa metallico, poi s’attenua, diventa rotondo. In alcun modo s’articola, eppure dice una storia lontana, di una sedia di un regista, che mai si sedette, che portò su un set un orso e un’arpa, che non ebbe abbastanza soldi o abbastanza coraggio. O forse bevve troppo, si giocò i suoi averi a poker. O, poverino, si schiantò con la macchina -era una Maserati tutta rombante- giù da un fosso. No, conobbe una donna molto bionda o molto mora e mollò tutto. Oppure, si dice, scoprì di essere gay. Si convertì al buddhismo, andò in India. S’ammazzò buttandosi da una ruota panoramica.
Insomma, questo punto è confuso, somiglia a un fa diesis, magari anche a un mi bemolle, in ogni caso: non tornò e non allestì la scenografia. Così finì l’orso in una terra senza pertugi e senza pesci, suonando questa storia molto confusa.
Ebbene in quel punto in cui il suono si fa rotondo, i presenti tendono le orecchie: c’è chi capisce “ente”, chi dice “niente”, chi solleva le spalle indifferente. Ognuno smania per uno straccio di parola.
Qualcuno vuol sapere esattamente dove andava il regista con la Maserati, nome cognome e data di nascita della donna per cui lasciò il set, cosa disse la vecchia madre quando si dichiarò omosessuale, se era estate o inverno quando si gettò dalla ruota panoramica e dov’era ubicata, il prezzo del biglietto, il numero dei giri al minuto, se fu un gesto impulsivo o meditato. Quanti dollari perse a poker.
Parole. Nella distesa del ghiaccio, nel mondo dell’orso, loro cercano parole. Come strade o come pesci.
S’accorgono d’un tratto che l’orso digrigna i denti: è finito il suo secondo di troppo abbarbicato sulla sommità di ogni corda, son finite ad una ad una le corde, è finito anche l’ultimo rintocco. Ritorna il peso sulla sedia tutto d’un colpo. La sedia crolla, scivola l’arpa sulla distesa ghiacciata. È risucchiata nel vuoto la canzone triste dell’orso.
Ora son solo denti, sangue e brandelli.
Sulla lastra immacolata qualche parola, un nugolo nero, un resto severo: anamnesi patologica remota.

 E più in là, inascoltata, una nota.



sabato 13 gennaio 2018

Considerazioni statistiche sulle partenze dei treni

Bisognerebbe che il treno
passasse. E una finestra avere
affacciata ai binari. Ascoltare 
gli annunci delle partenze imminenti.
Contare quante valigie verdi
e quante rosse. Scrupolosamente
annotare le dimensioni. Prospetticamente
sapere chi per poco
chi per tanto sta andando.
Il rapporto donne-uomini,
vecchi-giovani. Quanti stranieri.
Censire, contare, ammansire.
Enumerare paesi
case cantoniere
passaggi a livello.
Contare il numero dei baci 
scambiati davanti alle porte scorrevoli.
Congetturare quanto la lunghezza
del bacio correli alla lunghezza
della nostalgia
tenere conto di tutte le variabili
ad esempio che ti bacio brevemente
o non ti bacio affatto
o nemmeno ti saluto
se stai per mancare
-perché introdurre una presenza 
in un’assenza già così spaziale?
Tenere conto che alcuni
non portano valigie
se sanno già che non ritorneranno
-nessun morente si è mai accollato
il peso del proprio corpo,
nessun nascente è mai nato vestito-.
Considerare che alcuni partendo
staranno tornando
che certe stazioni servono al treno
per fare il treno
al viaggio per fare il viaggio
ai cartelli per fare i cartelli
che nessun convoglio ha mai pianto 
stridendo sui binari
che alcuni non comprano il biglietto
e non lasciano traccia
che molti arriveranno in ritardo
alcuni addirittura compreranno ogni giorno
una tratta e mai saliranno
collezioneranno viaggi non fatti 
addii non celebrati.
Alcuni verranno solo ad aspettare 
rimarranno in silenzio
un poco imbarazzati
osservando sparire
anche l’ultimo passeggero
come tutti quelli che attendono 
chi non arriva
mordicchiandosi il labbro
mangiucchiandosi le unghie
leggendo vecchi rotocalchi
o annunci pubblicitari.
Fatte queste considerazioni
troppo grande è la variabile
per fare previsioni.
Eppure bisognerebbe che il treno
 passasse. E una finestra avere
affacciata ai binari. E prestare attenzione
alle proprie comuni variabili:
stiamo sempre andando o tornando,
forse stanziando in attesa,
gli occhi abbassando
per non congedarci. E io colleziono
biglietti per alcuni non-viaggi.
Non ti saluto e non ti bacio, 
sei partito anni orsono 
e in questo tempo ho fatto molte cose:
mi sono comprata ad esempio
una casa vista stazione.



mercoledì 22 novembre 2017

Come i vecchi giochi

Vai a est per rinascere,
e oblii l’ovest 
oblii il sud
oblii il nord.
Non ti biasimo,
ti guardo 
come guardano gli uomini i giochi
 di quando furono bambini:
ho addosso un po’ d’incanto e un po’ di pianto 
scoprendo che mi sembravi molto grande
e spesso anche reale
e forse non eri né l’altro e né l’uno
però stringo al petto la tua pelle
che hai dimenticato sul letto stamattina
bevo dal tuo bicchiere
osservo coi tuoi occhiali.
Non so come mi sento
di vento e di foglie 
di terra grondante
di cose lasciate.
M’impolvero,
risplendi. Ti tengo il conto
dei tuoi giorni più vecchi
delle rughe e dei filati
dei tuoi passi tra le vie
delle piogge e dei cappelli bagnati.
Mi spiace un po’ per la finestra 
che non più aprirai
per quella pianta che hai lasciato
e che sfiorisce -non la innaffio,
vuol morire-.
Mi spiace un po’ anche per l’acqua
che non più gocciolerà dai rubinetti
e nella tua gola
e nella mia gola
per i libri non letti
per le odiose caramelle di liquirizia
che non mangeremo controvoglia.
E per le parole insensate
che non ci diremo
di notte, per le medicine
che non sfasceremo con speranza,
quante siringhe non saranno iniettate
quanti rantoli non saranno esalati
non diremo “domani”
pur sapendo di mentirci.
Forse più di tutto mi dispiace
che non moriremo neanche
perché non saprò della tua morte
e non saprai della mia morte
e la morte esiste solo se saputa
e come potrò ricordare 
qualcosa che non ha avuto
il cuore di morirmi vicino
di farsi accarezzare scomparendo?
Vai a est, rinasci.
Ti tengo qualche maceria
qualche fiore reciso.
Ti tengo il viso
immacolato
e gli occhi in un altro cassetto
mi prendo cura di qualche luogo 
che per caso hai sfiorato.
Non ti ricordo. Porto il mio tributo
a una lapide vuota.
Certo, mi dispiace un po’
che non mi hai aspettato.
Certo, ho più dubbi oggi 
di esser mai stato.