mercoledì 27 febbraio 2019

Ombra

Quando vai via
e resta la tua ombra 
me la cucio alla punta delle scarpe
-faceva così Peter Pan
per non perdersi un’ancora al mondo-
E se l’ombra è spettro della terra
spauracchio della morte
allora vorrei che fossi la mia ombra
e quando mi alzo in volo
e perdo le coordinate
vederti sulle frange d’un’onda
tra aspre pietraie
su vetrate di grattacieli 
a fare il mio verso alato
richiamando gravità 
necessarie alla vita
così uguale eppure distante
perché infine scegliemmo l’isola che c’è 
- anche se con qualche strappo alla regola.
E se l’ombra è pienezza del possibile
assenza di dettagli
se l’ombra si cuce ai piedi
per non perdere la strada
allora vorrei almeno averti come ombra 
e per primo ritrovarti 
con ago e filo
inatteso in fondo al cammino.

L’ombra mi precede, R.Silvaggio


sabato 22 dicembre 2018

Un albero

Ma salvatemi un albero
salvatene uno col tronco nodoso
e molte radici a vista
(pilastri, colonne di travi rampicanti).
Uno di mille anni 
o di mille giorni
con molte iniziali d’amori
(rigorosamente finiti,
votati all’eterno)
incise tra i rami
uno che stia al margine perfetto
del bosco
fra l’andare e il mai tornare
(o perdersi)
con spazi tra le foglie 
per filtrare soli e lune
(e abbondanti piogge)
che sia sipario notturno
di qualche segreto
(silvano o umano).
Possono appassire i giorni comuni
(di più ancora quelli straordinari)
ma scriveteli su un albero
e lasciatelo intonso
seppur molto ricurvo 
pieno di affanni.
E se vi lascia qualcosa nell’humus
non chiamatele noci o castagne:
sarebbe ingiusto.
È il tempo solenne dell’albero
che casca nel geometrico disordine 
di planimetrie selvagge
(i punti cardinali delle volpi e dei pettirossi).
Salvatemi almeno la lentezza di un albero
scarno e malfermo, 
ne voglio uno che perda ogni anno
tutte le foglie
uno di quelli che sanno, 
che la vita è un bosco 
e la morte quel pezzo di cielo
 plumbeo incastonato 
tra un ramo dritto e uno storto.



domenica 26 agosto 2018

Ritorni

Ma poi, vedi, rinasce lo stesso fiore
nella medesima zolla
se mano umana non interviene
la terra restituisce sempre
ciò che si credeva perduto.
Tu così ora percorri
il sentiero dell’infanzia
a fenderlo trovi ancora
due grandi massi bruni
e quasi non credi d’inciampare
nella stessa radice
ascosa tra muschi e aghi ingialliti.
In fondo le pietre sono ancora appese
alla loro montagna
e subito ricordi 
come posizionare il piede
per non cadere. 
Ti passeggia a fianco 
un cagnolino bianco, tutto impettito
che di nuovo protesta con un cane pastore 
nero e bianco e selvaggio. 
Passa un testimone tra le mandrie
e di anno in anno le rigenera
con i loro sonagli monotoni
e le stanzia nel medesimo alpeggio
con un lento ondeggiare di code e muggiti.
Assorbe il silenzio in una buca
il richiamo della stessa marmotta,
più su ,dove diradano gli alberi
cominciano le distese di crocus e genziane.
E passo a passo rimpicciolisci
diventi poca cosa di fronte ai grandi alberi
alle cime bianche
ai ghiacci perenni
quasi quasi recuperi vista e olfatto
ti inebria di nuovo l’odore del fiume
quando sciacqua il suo campo di lamponi 
ti incanta la chiesa bianca sul dirupo
e ciò che -stoica, tenace- ti dice 
e un po’ ti spaventa la testa grigia del monte
la sua gola deserta
abitata da nebbie.
Tocchi la terra e fai un vagito
(una valanga scuote la valle in lontananza).
Si nasce sempre ritornando.




giovedì 23 agosto 2018

Certezze

Poi comprerei qualche certezza
a prezzo anche di muri ottusi
aprirsi al mattino dicendo 
“sarà così” e sicuri percorrere
una via nota. Andare incontro 
all’amore -se si sa amore-
o alla solitudine
-se quella è annunciata-
con plumbea rassegnazione
non vivere ma continuamente 
ricordare un ricordo vivido
che ci fu sempre
-il nostro incontro di domani
la nostra separazione  
entrare in un bacio sapendo
l’attimo esatto 
in cui per sempre 
rimarranno scostate le labbra
stringersi a monte 
di una dettagliata
pianificata sofferenza-.
Da principio accettare 
un ruzzolare d’imperfetti
-imperfezioni e tempi indicativi-
non morire 
ma sognare un vago affievolirsi
sdraiarsi in una sagoma sottile
e poi ancora andare oltre 
con la coscienza saltare il dirupo
provare e riprovare le proprie note
una litania altalenante  
di diesis cupi 
in una moltitudine di tasti 
bianchi.




domenica 12 agosto 2018

Quattro steli

Boccheggiano in un vaso vitreo
s’un davanzale
quattro fiori bianchi:
qualcuno in quella casa nasce
-dicon due mani intrecciate-
son comete discrete quei fiori
lasciati appostati 
per pastori urbani, 
per cibernetici re Magi;
qualcuno in quella casa è triste
-dice un occhio solo-
sono amori prosciugati
margherite non riuscite
la rabbia a volte è rassegnazione bianca;
qualcuno in quella casa è felice
-dice un bacio ramingo -
furon lasciati fuori -i fiori-
perché in due s’amarono
e non vollero testimoni; 
qualcuno in quella casa muore
-dice un braccio teso-
quei fiori sono remi -crisantemi-
traghettano passanti ciarlieri 
distaccano da un corpo i pensieri.

Quattro fiori bianchi a una finestra 
sono stesi. A me viene di soffiar forte
e vedere cosa tiene:
così a poco a poco la vita si sfoglia
balugina tra il vento il dolore, 
si srotola al sole la gioia, un momento,
infine a lungo non dura la morte,
si stacca dal gambo, ruzzola al cielo,
difficile dire prima dov’era, se c’era:
dimenticare è un movimento
che col restare poco ha a che fare.

Di tutto restan quattro steli
seduti come vecchi attorno a calici fieli 
brindano con mute parole
alla loro radice recisa, lontana:
l’Amore.

(Quattro fiori bianchi
stan fendendo il ghiaccio
di un campo
sembrerà forse crudele
vado a reciderli 
ricomincio la tela)







mercoledì 4 luglio 2018

Eppur non dovevi
e mi sei rimasto
sulle ciglia delle dita
sugli occhi dei polpastrelli
così sfiorandoti ti vedo
così sfiorandomi mi chiudi gli occhi 
e mi sei subito in sogno 
così sognandoti nascono nomadi 
e mi popolano carovane pigre
e vociami di cavalli e cammelli
strane popolazioni scure
ti portano in palmo 
parlando lingue gutturali 
dicono di te
dei tuoi regni lontani
e delle tue concubine
di te che mi sei rimasto
e non dovevi.
Sui polpastrelli degli occhi 
sulle dita delle ciglia
così guardandoti ti tocco
così guardandomi sei già l’assenza
tra uno sguardo e l’altro 
così cercandoti nascono personaggi 
d’inchiostro e carta
allucinazioni semoventi
che dicono del te e del non te
Che mi sei rimasto
e non dovevi
tra remi di sonno e di veglia
marinaio dei miei im-possibili 
in tempesta 
E tu possibilmente
rimani a lungo
tra i miei portici riparati
per sempre salva 
l’abbraccio di un’ombra:
è breve il sole.






sabato 23 giugno 2018

Una vecchia notte di grilli e di lune

Ci cerca la notte
tra gelsomini e covoni di fieno
per un lungo viale 
di alberi che impigliano il vento.
Tra cose buone ci cerca
la notte, ha una grossa otre
che a ognuno dispensa 
le impossibilità del giorno.
Tornano di notte a parlare i morti
qualche vecchia giuntura si olia.
Sinistre cigolano le porte
entra d’improvviso un suono
nelle orecchie d’un sordo.
Fa piano la notte,
in punta di piedi accende
qualche candelabro, 
scende scale vertiginose,
libera dalle gabbie le fiere,
riempie il letto dei fiumi rinsecchiti.
E scrive lettere la notte,
sigilla buste, mette nero su bianco 
febbricitanti rimpianti. Getta un manto
scuro sugli amanti distanti 
ed essi sanno d’improvviso
d’esser sotto una comune coperta
così circolano parole 
in quello spazio muto
s’arrampicano per i fili elettrici,
per le stazioni radio,
scorrono su rotaie stridenti 
e mai sbagliano interlocutore e destinario.
Tra cose buone ci cerca la notte
anima i busti bianchi delle statue
riporta in mare le conchiglie
a noi due disegna una strada
edifica un ponte 
toglie le alfa privative:
C’incontriamo e siam bambini.
Ti ho visto, mia impossibilità diurna,
ed era notte. Una vecchia notte 
di grilli e di lune.