martedì 20 maggio 2014

Il seduttore

Salpi col tuo veliero
di onde
vela d’acqua sull’acqua
non ti distingui.

Ché se il mare fosse la morte
tu saresti la morte
e non ti potrebbe
afferrare
con increspature che sembrano mani
con riflessi neri
che rompono gli specchi
che oscurano i volti.

Ché se fosse la vita
tu saresti la vita
e non ti trarrebbe
tra i marosi impetuosi
tra i mostruosi fondali
sulle battigie grigie
dove appassiscono le meduse
dove svaniscono i nomi intrecciati.

Sui moli 
dove ti osservo
mentre mi evapori addosso
veliero di onde
vela d’acqua sull’acqua
e non so adesso se sei esistito
o se ho preso un’onda a caso
in mezzo alla solitudine
e le ho soffiato contro 
il tuo volto
- seduttore azzurro -
fingendomi un pezzo di vento.

R.Magritte, Il seduttore

2 commenti:

  1. Molto bella, mi ricorda - in un certo senso - qualche lirica di C. Michelstaedter.

    Ma anche alcuni passi dalla "Gaia scienza" di Nietzsche riferiti al tema del mare.

    Ed anche alcuni versi di Montale.

    Non so se fosse questo il tuo intento, ma io l'ho letta come una metafora della "metaforicità" essenziale della identità come tale... Come a chiedere: "chi sono io?", "chi sei tu?".
    Rispondendo: "Sono, siamo questa stessa domanda".

    A "sedurci" è forse proprio la nostra stessa identità ("nostra" nel senso che noi apparteniamo a lei, non lei a noi): così "intima" a noi ossia "altra dall'esser-altro" rispetto a noi, e per ciò stesso anche così "radicalmente altra"...
    Tale in-definibilità (ché "definire", "determinare" è sempre per aliud!) a me pare sia reso bene dai versi "Ché se il mare fosse la morte"... "Ché se fosse la vita"...: ovvero la eccedenza rispetto a tali "eschata", agli estremi per eccellenza (vita nascita, morte) dai quali è delimitato ogni ente finito, che nascendo-muore e muore-poiché-nasce, così come il verso "non ti potrebbe afferrare...", ma anche "gli specchi
    che oscurano i volti" (= lo specchio non restituisce il volto - i.e. l'identità - ma solo la sua immagine, ossia ciò che non-è il volto medesimo)...
    ed inoltre "vela d’acqua sull’acqua non ti distingui" oppure "svaniscono i nomi intrecciati", "mi evapori addosso" che oltre a rendere in parole il dipinto di Magritte, dice la indistinguibilità del mio essere da me stesso: quindi la impossibilità di "rappresentarmi" come qualcosa (si può, infatti, definire qualcosa che sfugge alla oggettivazione?).

    I nomi, come ogni determinazione finita e definibile, sono sempre - in verità - "intrecciati", ovvero dialetticamente co-implicantisi.
    Ma, di nuovo, ciò che è de-terminato non è che un riflesso del principio de-terminante, esattamente come il riflesso nello specchio non è il volto che si riflette in esso.
    Ciò che sempre e solo determinante (Giovanni Gentile lo avrebbe denominato "pensiero pensante" il quale non può mai ridursi a "pensato"), a rigore, non "esiste" mai (non ci sta mai davanti)!

    Stilisticamente valide ed apprezzabili (e quasi onomatopeiche, ad imitazione del suono delle onde...questa è una mia lettura, ovviamente) i giochi di assonanze e rime interne.

    In fondo, solo codesto possiamo dire: ciò che non siamo.
    Ciò che siamo, invece, possiamo solo "indicarlo"... meta-foricamente, appunto.

    sotto l'azzurro fitto
    del cielo qualche uccello di mare se ne va;
    né sosta mai:ché tutte le cose pare sia scritto:
    «più in là»
    (E. Montale, Maestrale)


    Ciao, ora vado a leggere altri tuoi contributi...
    Marco

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  2. [Errata corrige]

    I versi corretti di Montale sono questi:

    sotto l'azzurro fitto
    del cielo qualche uccello di mare se ne va;
    né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
    "più in là!"

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